lunedì 22 gennaio 2018 ore 13.09

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Una catastrofe immane, un olocausto umano

Una catastrofe immane, un olocausto umano

6 ottobre 2013

Vajont.
Vajont, prima di essere un disastro, era conosciuto per essere il nome di un torrente, affluente del Piave, che scorreva nella valle di Erto e Casso, davanti a Longarone e a Castellavazzo in provincia di Belluno. Il fiume aveva scavato nei secoli un’impervia forra chiamata “Orrido del Vajont”, quasi un presagio.
Vajont, poi, per decenni tra il 1928 al 1963 è stato il nome, famoso in tutto il mondo, della più grande diga a doppio curvatura del mondo. Un gioiello dell’ingegneria italiana: alta 261,60 metri, avrebbe creato un lago artificiale di oltre 150 milioni di metri cubi, un orgoglio per l’Italia del dopoguerra che si avviava verso l’industrializzazione ed aveva bisogno di opere volte alla produzione di energia idroelettrica.
Ma il 9 ottobre 1963 alle ore 22.39 Vajont ha aggiunto un nuovo significato al proprio nome: una catastrofe immane e un olocausto umano. La perdita di 1910 vittime stabilì un nefasto primato nella storia italiana e mondiale … si era consumata una tragedia annunciata tra le più grandi che l'umanità potrà mai ricordare.
La storia ormai è nota. Una frana di 260 milioni di metri cubi si staccò dalle pendici settentrionali del monte Toc precipitando nel bacino della diga del Vajont e sollevando due onde di oltre 100 milioni di metri cubi di acqua e roccia. La prima, a monte, dopo aver distrutto le prime case di Erto poste 250 metri sopra il lago, si diresse verso la vallata del Vajont e spazzò via le frazioni di Erto lungo le rive del bacino. La seconda ondata alta 100 metri, scavalcata la diga, in 4 minuti, preceduta da un mortale spostamento d’aria, si riversò sulla valle del Piave, 1600 metri più in basso, radendo al suolo tutto ciò che incontrò. Case, chiese, porticati, alberghi, osterie, monumenti, statue, piazze e strade furono sommerse dall'acqua, che le sradicò fino alle fondamenta. Della stazione ferroviaria non rimasero che lunghi tratti di binari piegati come fuscelli. Di Longarone, Rivalta, Pirago, Faè, Villanova e Codissago rimasero poche tracce.
Oggi il nome Vajont è rappresentato da molti simboli di quegli eventi: dalla “M”, lunga oltre due chilometri, che ancora segna il limite della gigantesca frana del monte Toc, o dal campanile di Pirago rimasto senza chiesa miracolosamente da solo in piedi. Dal cimitero di Fortogna dove giacciono le quasi 2000 vittime, uno dei più grandi che un solo evento abbia creato oppure dalla stessa diga che è sopravissuta al disastro per dimostrare tutto il suo straordinario e macabro valore ingegneristico.

La Sala della Comunità in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura di Brendola e la Pro Loco di Brendola presentano:

Mercoledì 9 Ottobre alle ore 21
VAJONT 50° ANNIVERSARIO
Una catastrofe immane, un olocausto umano

Alla ricorrenza saranno dedicati:
IL VOLO DELLA MARTORA, racconti di Mauro Corona, con la voce recitante Margherita Stevanato e la fisarmonica Mirko Satto.
Immagini e video dell’epoca e alcune testimonianze degli alpini soccorritori Brendolani.

Per NON DIMENTICARE!

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