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"Non andate a vedere il film per sapere chi era Neruda"

15 febbraio 2017

Ad avvisare gli spettatori è lo stesso regista, Pablo Larraín, che considera il film un falso biotic, anzi un “anti-biopic”. Eppure il punto di partenza è fedele alla storia: 1948, il presidente cileno Gabriel González Videla, eletto coi voti di radicali, democratici e comunisti, opera un voltafaccia, reprime le proteste dei minatori e dichiara fuorilegge il partito comunista. Il senatore comunista Pablo Neruda, che aveva addirittura gestito la campagna elettorale di Videla, insorge con un infuocato intervento al senato (“Io accuso”), in cui elenca i nomi dei minatori prigionieri. Di lì l’ordine di arresto emesso dal governo, col poeta costretto a darsi alla macchia per evitare la prigione. Il film però più che sull’antefatto si concentra sulla fuga. Raccontata non da Neruda, ma dalla voce narrante di Oscar Peluchonneau, prefetto della polizia incaricato della cattura. Tra i due s’instaura un singolare dialogo a distanza. Il poeta trasforma la sua latitanza in un gioco enigmistico e lascia apposta delle tracce lungo il suo cammino, indirizzando dediche su libri polizieschi a Peluchonneau (“Sorgi a rinascere con me, fratello”). Come a voler orgogliosamente rivendicare il ruolo di protagonista della sua stessa vicenda, rifiutando di considerarsi un semplice uomo braccato con l’acqua alla gola. 
 
* Giovedì 16 febbraio, ore 21
La 3a edizione di Vo' al Cinema-edizione d'Inverno presenta:

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